Allarme Ebola, le compagnie aeree contro le nuove regole USA: «Tempi troppo stretti e piano inapplicabile»

WASHINGTON – Cresce la protesta dei vettori aerei statunitensi e internazionali contro i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Oggetto dello scontro è la nuova direttiva federale che impone a tutti i passeggeri e membri dell’equipaggio diretti negli Stati Uniti di certificare di non aver soggiornato nella Repubblica Democratica del Congo nei 21 giorni precedenti al …

WASHINGTON – Cresce la protesta dei vettori aerei statunitensi e internazionali contro i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Oggetto dello scontro è la nuova direttiva federale che impone a tutti i passeggeri e membri dell’equipaggio diretti negli Stati Uniti di certificare di non aver soggiornato nella Repubblica Democratica del Congo nei 21 giorni precedenti al volo, al fine di scongiurare l’ingresso del virus Ebola.

Allarme Ebola, le compagnie aeree contro le nuove regole USA: «Tempi troppo stretti e piano inapplicabile»

In due missive separate visionate dall’agenzia Reuters, l’International Air Transport Association (IATA) e l’associazione di categoria statunitense Airlines for America hanno chiesto formalmente all’autorità sanitaria di riconsiderare il provvedimento. La misura, annunciata la scorsa settimana, dovrebbe entrare in vigore il 3 novembre, lasciando ai vettori meno di due settimane per adeguare le proprie procedure di imbarco.

«È irragionevole pretendere che tutte le compagnie operative sul mercato statunitense modifichino i propri sistemi per raccogliere le dichiarazioni di ogni singolo passeggero e membro dell’equipaggio in meno di quattordici giorni», ha scritto martedì la IATA, organismo che rappresenta oltre 370 compagnie in più di 130 Paesi.

Dura anche la posizione di Airlines for America — cartello che riunisce colossi come United Airlines, American Airlines,Delta e Southwest — che definisce il piano «impraticabile». Secondo l’associazione, aggiornare i sistemi di check-in,integrare le firme digitali, addestrare il personale di terra e rivedere i protocolli aeroportuali richiede tempi ben più ampi.

L’associazione contesta inoltre la proporzionalità della misura, evidenziando che nel corso del 2025 la US Customs and Border Protection ha controllato circa 130 milioni di viaggiatori aerei, di cui meno di 25.000 avevano legami di transito o provenienza dalla Repubblica Democratica del Congo. I vettori chiedono quantomeno l’esenzione per i membri dell’equipaggio, il personale militare statunitense e il personale di servizio a bordo.

La IATA ha sollevato dubbi anche sulla disparità di trattamento rispetto ad altri settori: «Se il governo USA ritiene il rischio di importazione del virus tanto elevato da giustificare un monitoraggio globale, è difficile comprendere perché siano stati esclusi i trasporti marittimi e terrestri».

La direttiva si inserisce in un quadro di restrizioni sanitarie progressive introdotte dall’amministrazione americana: a maggio i CDC avevano bloccato l’ingresso ai viaggiatori stranieri provenienti dalla RDC, estendendo il divieto ai cittadini statunitensi lo scorso luglio, oltre a prevedere analoghe limitazioni per chi proviene da Uganda e Sud Sudan.

L’attuale focolaio è legato al ceppo Bundibugyo del virus Ebola, diffusosi sottotraccia per diversi mesi prima dell’ufficializzazione dell’epidemia lo scorso maggio. Questo ceppo presenta un tasso di letalità pari a circa il 50% e non dispone attualmente di vaccini o trattamenti specifici approvati. Stando ai dati forniti dall’Africa CDC, l’epidemia ha già causato circa 4.700 vittime nel continente africano.

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Laura Motta

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